Metodo Rességuier

Il Metodo Rességuier è stato ideato negli anni '80 da Jean Paul Rességuier, fisioterapista e osteopata, allievo di Françoise Mézières e studioso di medicina e filosofia cinese. La sua esperienza nelle pratiche di cura lo hanno portato a sviluppare un'attitudine di lavoro con i pazienti, che pone l’attenzione alla qualità e al tono di presenza e alla postura di accompagnamento dell'operatore nelle relazioni educative e di cura.

Ho appreso questo metodo anni or sono e da allora  integro questi preziosi insegnamenti nelle mie relazioni professionali e personali. 

Come kinesiologa utilizzo il Metodo Rességuier in campo educativo e non terapeutico.

Questo approccio mi permette di accogliere e accompagnare le persone nei percorsi di riequilibrio kinesiologico con una modalità di lavoro che pone l’attenzione alla dinamica della relazione e dell'incontro con i clienti sia nelle sessioni individuale che in quelle collettive.

Jean Paul Rességuier

Institut Rességuier


Testimonianza del Convegno teorico-pratico sul Metodo Rességuier

"La relazione: primo atto del processo educativo e di cura"

Organizzato il 4 maggio 2012 dall'Azienda Sanitaria Unica Regionale Marche (ASUR) presso l'U.O. di Ostetricia e ginecologia dell'Ospedale di Urbino

Estratto di un testo scritto da Caterina Di Felice, fisioterapista, formatrice del Metodo Rességuier in Italia.

Il testo integrale e altre informazioni più specifiche si possono trovare sul sito dell'Istituto Rességuier:

Istituto Rességuier - Articoli

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Lo strumento di base del Metodo Rességuier: la postura di accompagnamento

L’acquisizione della postura di accompagnamento deriva da un addestramento molto particolare, che riassume attenzione, aderenza alla realtà, tecnica e rigore. E’ il risultato di una formazione che coinvolge in prima persona l’operatore e richiede prestazioni sia cognitive che fisiche. Il livello fisico dell’operatore è davvero partecipe, come quando ci si allena per una prestazione sportiva che stimola e attiva l’organismo.

La postura di accompagnamento non prevede solo un addestramento a livello fisico, essa è determinata da

un’acquisizione che consente all’operatore di staccarsi da ogni fissità e agire in piena coscienza, momento dopo momento, nell’atto dell’incontro; di riconoscere le forme abitudinarie dei propri modi di relazionarsi; di scegliere di inibire le strategie più automatiche che possono mettersi in atto; di correggere lo stato della propria presenza, disponendosi intenzionalmente in un’attitudine vigile e attenta. Ciò mette l’operatore in un allenamento costante che inizialmente potrebbe anche stancare, ma la ripetizione semplice e deliberata, consente un’acquisizione stabile di questa attitudine, evitando che i gesti terapeutici si trasformino in automatismi.

Si tratta di restare connessi ai dati della realtà in permanenza. Questi dati riguardano la persona stessa con cui ci poniamo in relazione, tutta l’immanenza della sua forma, il corpo con la sua concretezza fisica, l’emanazione della persona, il suo colorito, l’espressione del volto, lo sguardo, la voce, il linguaggio. I sintomi descritti, le difficoltà associate nei distretti adiacenti e distali, l’interferenza dei sintomi con la vita personale, affettiva, emotiva, familiare, sociale. Bisogna considerare anche i dati provenienti dall’ambiente in cui si colloca e realizza l’incontro, nonché il divenire degli stessi. Tutto viene accolto da un’osservazione ampia, che si àncora nella realtà, sospende il giudizio, permette di vivere l’esperienza in atto.

Secondo il MR, ciò che definisce l’incontro nella relazione di prossimità sarà l’emergere continuo di un’adattabilità che mette in moto una vera e propria dinamica percepibile, soggettiva, ma anche oggettivabile, evidente. I due protagonisti della relazione sono molto attivi, interloquenti anche nei momenti di silenzio, perché ciò che avviene nella relazione, così tutelata dalla postura di accompagnamento, è una comunicazione-comunione tra i due esseri. Qualcosa che non ha niente a che vedere con attaccamenti e vincoli equivoci ma che determina il fiorire di nuove capacità comunicative. Esse sottendono il contatto terapeutico verbale e manuale integrando i livelli della sensibilità primaria. L’aderenza che si realizza tra i due attori della relazione deriva dalla peculiare prestazione fisica e di spirito dell’operatore. E’ questa peculiarità che permette di creare il “nouage” empatico, una forma di connessione con il paziente che rassicura il livello più primitivo dell’organizzazione del vivente, quel livello che non ha possibilità di scambio comunicativo semantico ma che percepisce, sente al di la di tutto.

Non si tratta di essere vicini fisicamente e lontani con il pensiero o con supposizioni di ogni genere, bensì di essere tanto aderenti da produrre una risonanza sul piano fisico dell’Altro, evitando di creare fluttuazioni al funzionamento di base dell’organismo e vivere in quieta vigilanza l’essere accanto. Questa modalità affinata di stare vicino all’Altro consente di recuperare capacità intrinseche all’umano. La relazione così partecipata, pulita da condizioni di automaticità e meccanicità, permette un dialogo vivificante tra i due, un intreccio sostenuto dal silenzio di fondo, dalla realtà viva del momento presente, dal fluire libero delle azioni e dei gesti terapeutici.

La risposta organica

Il fenomeno della risonanza, della trasmissione empatica, conosciuto dai tempi antichi e messo a fuoco dalle neuroscienze con la scoperta dei neuroni specchio, ci porta a considerare che molteplici sono i meccanismi agiti nella relazione con l’Altro. E soprattutto che subito, d’impatto, esercitiamo un’influenza reciproca. Tutti noi, vedendo compiere un’azione siamo in grado di attivare gli stessi neuroni che permettono all’esecutore di realizzare l’azione, inoltre possiamo percepire anche l’intenzione che l’Altro ha. E’così subitaneo, così rapido questo livello di comprensione che pone nella condizione di “trasmetterci”, di “sentirci” l’un l’altro, di empatizzare e di riconoscere fino a che livello la natura ci ha dotati di mezzi per comunicare e comprenderci.

Questo livello di comunicazione immediata sottende il linguaggio verbale, ci si “sente” al di là delle parole. E questo sentirsi si traduce in effetti precisi che influenzano l’ordine del sistema vivente. Il paziente sente, oltre a vedere, qual è l’atteggiamento con il quale è accolto. Che tipo di impatto sta avendo con l’operatore e/o con l’intera équipe sanitaria. Tutta la sua fisiologia ne è informata. Sente se è il caso di avere paura o di mettersi tranquillo e avere fiducia. Il suo sentimento di fondo sarà la sintesi di tutte quelle informazioni sensoriali che avranno creato in lui la rappresentazione cerebrale delle modificazioni del milieu interno, influenzato inevitabilmente anche dalla qualità delle relazioni che sta vivendo.

Non necessariamente tutto questo è processo cosciente, spesso anzi si infiltra inconsapevolmente, influenzando il funzionamento dell’organismo e i suoi comportamenti. Se ci troviamo in una situazione in cui non percepiamo accoglienza reale, tranquillità, vicinanza vera, comprensione, reagiamo piuttosto con tensione, nervosismo, stato di allerta. Se incontriamo accoglienza, vicinanza, sostegno, ci disponiamo più naturalmente a stati di fiducia ed equilibrio.

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Il percorso educativo

Partecipare alla cura seguendo le indicazioni provenienti dall’organismo è una saggezza che appartiene agli uomini del passato. Oggi ci si affida completamente alla competenza dei sanitari e all’efficacia tecnologica, omettendo così il contatto con le risorse di auto-regolazione, e di strenua, incessante attività riparatrice dell’organismo.

Jean Paul Rességuier ha lasciato coincidere la considerazione dell’innata capacità organica con quella, altrettanto innata e ulteriormente acquisibile, della conoscenza attraverso la percezione creando un nesso cosciente tra ciò che opera nel senso dell’equilibrio: l’omeostasi e il riconoscimento di ciò che si allontana o devia da questo funzionamento vitale di base. Come entrare in relazione con questa capacità organica? Senza ausilio di macchine o strumenti sofisticati, ma per mezzo di una semplice modalità che scardina vecchi modi di fare e permette di acquisirne di nuovi. Di apprendere un nuovo modo di stare alle cose, di ruotare lo sguardo, di ridare valore e

posizione di prestigio alle competenze peculiari dell’organismo e al suo potenziale, nonché alla funzione superiore della coscienza.

Il primo passo da fare è questo: darsi la possibilità di riconoscere quanto il corpo sia sapiente.

Il sofisticato ingegno che si chiama “corpo” è dotato di strutture e funzioni che gli consentono l’esperienza conoscitiva della vita nel mondo: “il corpo è l’unico mezzo che ho per andare al cuore delle cose” (M. M-P.). Esso consente di andare al cuore delle cose attraverso una permeabilità che gli è propria, attraverso una capacità di percepire con tutta la superficie senso-motoria ciò che incontra, per assorbirlo, valutarlo e corrispondere con una risposta. Questo è il meccanismo della relazione di scambio dell’uomo con il mondo, con gli altri e con se stesso.

Appartiene all’umano la capacità di sentire e di divenirne consapevoli, di esprimere anche attraverso il linguaggio le sensazioni nuove che sorgono dentro, il vissuto delle proprie esperienze. Quello che sappiamo descrivere riconoscendo i nostri stati d’animo, i sentimenti, le emozioni, può diventare capacità fine, rigorosa, anche per ciò che riguarda la descrizione dei fenomeni fisici, prettamente legati alla dinamica vitale del corpo. Si può scendere a contatto con questo strumento che è il corpo e a partire dalla sua consistenza espandere la percezione... 

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